In data 27  dicembre 2011, alle ore 11.00, la Cripta del Redentore è stata presentata nuovamente alla Città di Taranto , alla stampa  e agli appassionati di arte, dal sindaco di Taranto, Dott.Ezio Stefàno
La bendedizione è stata impartita dall’Arcivescovo di Taranto , mons. Benigno Papa, invitato  a presenziare all’evento.

La cittadinanza ed  i visitatori possono ammirare questo raro gioiello, il più antico monumento post-classico di Taranto ed il più antico documento delle origini cristiane della città, allocata in Via Terni nei seguenti orari:

mattino: 10,30 - 12,30

pomeriggio: 17,30 - 20,00

 Si pubblicano alcune immagini della Cripta del Redentore

Di seguito un articolo sul recupero a cura del giornalista Gianluca Guastella

LA CRIPTA DEL REDENTORE: UN ESEMPIO DI RECUPERO

“Ne possint in illud homines ingredi”, così l’Arcivescovo di Taranto, Lelio Brancaccio, durante la sua visita pastorale alla chiesa di S. Maria di Murivetere, nel 1578, imponendo la chiusura di un ipogeo di straordinaria valenza non solo storica, ma come vedremo, anche di profondo significato mistico. La decisione del presule tarantino per impedire che l’ipogeo, ricco di splendide iconografie cristiane, potesse venire ancora utilizzato come stalla. Ci sono voluti secoli perché queste immagini tornassero ad essere viste non solo dai cattolici, ma anche da tutti coloro, e sono tantissimi, che restano ammirati dalla fattura artistica degli affreschi. Come si intuisce da questa breve premessa, il riferimento è alla “Cripta del Redentore” che in questi giorni è stata visitata da migliaia di persone. Ed allora, tornano ancora alla mente le parole del vescovo napoletano (Piero Massafra in Sotto peso di Scommunica), che, all’esortazione di un suo diacono che, facendo strada al monsignore alla scoperta dell’ipogeo, lo esortava alla prudenza. ”Eccellenza, la scala è lunga, ma giù è da vedere. Lampade e torce navigano la luce nelle viscere del passato. Cristo, al centro di una piccola abside, con la mano levata dà una benedizione solenne. Figure severe: Basilio, Biagio, e maceri eremiti”.“Cose greche!quasi grida Brancaccio.Si chiude tutto! I beni alla Chiesa, tanto nun ce sta niente”. Ma come, si porterebbe a dire, un’eccellenza colta come mons. Brancaccio, piuttosto che aprire la cripta al culto dei parrocchiani, si premurava di far sigillare il tutto impedendo, nei fatti, per decenni la piena fruizione di una simile opera d’arte? Il fatto è che quelli erano tempi bui e non era raro che nella penisola e, soprattutto, nel Sud dell’Italia, ci fossero autentici cenobi (ci sia concesso il termine) di monaci ortodossi: un esempio per tutti, il Pope che in quel periodo reggeva una numerosa comunità ortodossa a S. Crispieri, ad un tiro di schioppo da Taranto. Il fatto, poi, che le immagini iconografiche fossero (e siano) tutte di squisita fattura bizantina, faceva tornare al nostro monsignore l’affronto che, quasi seicento anni prima, l’imperatore Bizantino, Leone III l’Isaurico, aveva portato alla Chiesa di Roma, tanto da incorrere nella scomunica di Papa Gregorio II, per aver voluto mettere la Grecia e il Sud dell’Italia sotto l’egida del patriarcato di Costantinopoli. Mons. Brancaccio, tuttavia, così preso nel suo sdegno storico, aveva certo sottovalutato il fatto che gli editti dell’Isaurico contro il diffondersi delle immagine sacre, la cosiddetta Iconosclastia, e, per converso, la fuga nei nostri lidi dei monaci Basiliani, aveva impreziosito il nostro territorio di numerose chiese rupestri, con affreschi di notevole valore storico ed artistico. In ogni caso e fatalmente, quella chiusura forzata,se ebbe,forse, il merito di preservare l’ipogeo dall’incuria urbana, ne determinò, però, un oblio secolare e la progressiva erosione di pareti e, perciò stesso, di un grave oltraggio alle immagini pittoriche e alla lucentezza degli impasti cromatici. Certo la presenza della cripta era ben documentata negli archivi arcivescovili, ma per anni sembrò che la cosa non interessasse alcuno, fino ai primi del secolo scorso, fino, cioè, al suo ritrovamento fortuito da parte dell’archeologo e fondatore del Museo di Taranto Luigi Viola, che, letteralmente abbagliato dalla mistica bellezza del luogo e delle iconografie in esso contenute, ne inaugurò il restauro, aprendo l’ipogeo a visitatori e credenti proprio in occasione del Congresso Eucaristico Pugliese. Fu un grande evento e uno straordinario successo. In migliaia, tra visitatori laici e prelati (con la presenza anche di qualche porporato), giunsero da tutta la regione per ammirare gli affreschi di quella che si può oggi definire la prima chiesa cristiana della città di Taranto. Si trattò,però, di un episodio, poiché, da allora, la Cripta, chiamata del “Redentore” dallo stesso Viola al quale, in un momento difficile della sua vita, “balenò il pensiero che Cristo gli fosse venuto incontro, nella sua pena”, non ha conosciuto più la luce fino ad ora. Una storia travagliata, inframmezzata da disarticolate campagne di studi, che ne hanno, si, storicizzato l’origine, senza, tuttavia, escludere una suggestiva leggenda che vuole l’apostolo Pietro praticare proprio qui, nella Cripta del Redentore i primi battesimi dei tarantini. E sul piano del restauro monumentale? Solo colpevoli rimaneggiamenti architettonici dovuti all’espansione urbanistica ed una erosione continua, quanto inesorabile delle figure affrescate e delle stesse strutture portanti dell’ipogeo. Non così, per fortuna, nel passato più recente, con la storia di un recupero che assume un lieve sapore di rivincita da parte dei tanti studiosi ed appassionati che setacciano da decenni ogni angolo della città alla ricerca di una qualsivoglia area archeologica fruibile. Ora si è in grado di azzardare la corretta ipotesi che la cripta ipogeica del Redentore potesse essere in origine  una tomba a camera greco-romana,  trasformata in chiesa intorno al IX – X secolo dopo Cristo. Tanto preziosa, per il suo valore storico-artistico e religioso, quanto suggestiva anche dal punto di vista archeologico-monumentale, data la sua profondità, cinque metri sotto il livello stradale, con un ingresso composto da 12 scalini. E, poi, un susseguirsi di nicchie e affreschi di straordinaria vivacità artistica, tanto da solleticare l’interesse di studiosi di notevole spessore, a partire da Farella, a Cosimo d’Angela o a Piero Massafra. Fa letteralmente rabbrividire il raffronto e la forzata convivenza tra questa straordinaria evidenza storico-architettonica e la soffocante possanza del cemento che la sovrasta. In ogni caso, possiamo a buona ragione ritenere che il recupero della Cripta rappresenta un dono che la città di Taranto si sta facendo, in spregio alla grande industria, all’inquinamento ed alle scelte non sempre felici delle varie amministrazioni locali. E’ bastata l’idea, il progetto colto di uno studioso, un nostro studioso, Piero Massafra, che di questa cripta conosce i segreti storici più riposti, sostenuto dal Rotary di Taranto, dal Comune di Taranto, le Soprintendenze, l’Amiu e dal gruppo di archeologi della Cooperativa Polisviluppo. Una inusitata, per quanto proficua, collaborazione tra il Pubblico ed il Privato. Un “modus operandi” da adottare per il recupero di ogni singolo monumento storico-archeologico, il solo  in grado di garantire il successo in simili interventi, mirati alla salvaguardia delle emergenze archeologiche che, ancora oggi, sono chiuse al pubblico. Piccole istantanee di questa collaborazione, che hanno ritratto, nei giorni immediatamente precedenti l’apertura, ad esempio, l’Assessore comunale Pierri, persona di vasta cultura storica, lavorare fianco a fianco con gli archeologi della Polisviluppo, gli addetti dell’Amiu, il presidente del Rotary Club o il Prof. Massafra (editore della Casa Editrice Scorpione): chi con una scopa in mano, chi con un martello, chi con la paletta, chi a montare i pannelli esplicativi o allestire le attrezzature per l’accoglienza. Tutti uniti dalla passione e dalla volontà comune di aprire un’area da troppi decenni chiusa al pubblico, per riportare il “Redentore” a nuova luce, per salvarlo. Tutti, ognuno a suo modo, ha investito nel progetto in termini di tempo e denaro. Il vostro cronista c’era e, può garantirvi che è del tutto inusuale vedere rappresentanti di una pubblica amministrazione sporcarsi le mani per giorni nel tentativo affannoso di recuperare un monumento antico. Probabilmente, la politica ci ha abituati male, ma questa volta è successo un fatto nuovo.  Spesso, qui da noi, recuperare un bene archeologico significa imbattersi in un reticolo burocratico troppo intricato, tanto da scoraggiare anche i più volenterosi degli appassionati, trasformando il “realizzabile” in pura utopia. Ma in questo caso si è andati avanti. Circa in duemila i curiosi che hanno visitato la Cripta del Redentore, in soli quindici giorni, tempestando di domande gli archeologi, e moltissime le scuole che intendono portare i propri alunni a visitare questa antichissima chiesa. Un comitato spontaneo si è formato per salvare la cripta, così come la curiosità e l’entusiasmo si leggeva negli occhi degli abitanti della zona di via Terni, nel rivedere quell’area, mal frequentata fino ad un mese fa, essere presa d’assalto da turisti letteralmente affamati di storia e di cultura. Per non parlare dell’interesse che la sua apertura ha riscosso nelle stanze della Curia, tanto da aprire nuovi scenari di studio che vedono coinvolti i promotori dell’iniziativa ed illustri esponenti religiosi, alla ricerca di documenti inediti e qualche nuova teoria interpretativa. Tutto questo può provocare la semplice apertura di un monumento antico: stimola le menti, amplia gli orizzonti, incuriosisce la gente, disposta ad apprendere e partecipare, fino a rimetterci di tasca propria, come è davvero avvenuto.  Giorni davvero da ricordare: forse che il Cristo, così come per Luigi Viola, ha davvero voluto balenare da queste parti?

Gianluca Guastella

In allegato il comunicato stampa