Ma non fu solamente il sovraffollamento, le carestie o le lotte sociali, a spingere i Greci verso terre lontane,  certamente giocò anche lo spirito  di avventura e di conoscenza proprio dell’animo greco. Altrimenti non si comprenderebbe cosa possa aver spinto un popolo  nell’arco di tre o quattrocento anni, dal secolo VIII al V avanti Cristo , a fondare più di 250 città, nell’Asia Minore, nel Mar Nero, in tutto il bacino del Mediterraneo.

In questa colonizzazione un posto di primaria importanza ebbero la Sicilia e  l’Italia meridionale. Questi  paesi, da essi già conosciuti e frequentati per i traffici commerciali, abitati da svariatissimi popoli ( Itali, Japigi, Siculi, Liguri, Choni, Morgeti, Lucani, Fenici, Sanniti, Enotri, Bruzi ecc.)  senza un potere centrale che li unificasse politicamente e militarmente, si prestavano benissimo ad accogliere nuovi occupanti determinati a ritagliarsi, ove occorresse anche con le armi,  un proprio spazio e a fondare nuove città.

Nacquero così in Sicilia , Nasso ,Taormina, Megara Iblea, Gela, Siracusa, che fondarono a loro volta altre città, tra le quali Selinunte, Catania, Lentini, Agrigento.

In quella che poi venne detta Magna Grecia vennero fondate Cuma , Reggio , Sibari, Crotone, Caulonia ,  Metaponto , Siris, Locri, ed altre innumerevoli, filiazioni di queste o di nuovo impianto, che sarebbe difficile enumerare.

Taranto fu fondata nel  706 avanti Cristo dagli Spartani.

Quando si decideva la fondazione di una nuova colonia per prima cosa si consultava l’oracolo, in genere quello di Apollo a Delfi, per sapere quale fosse il luogo di destinazione assegnato dalla divinità, poi si provvedeva ad organizzare il viaggio approntando le navi e tutto l’occorrente necessario , armi, vettovaglie, arnesi da lavoro. Si imbarcavano anche  i simboli delle divinità  nazionali, nel caso di Taranto era Atena poliade; seguivano la spedizione anche gli agrimensori per misurare e ripartire equamente le terre che si ripromettevano di conquistare.

Quando tutto era pronto i partenti salivano sull’acropoli,  facevano i sacrifici di rito , e dal focolare del Pritaneo ( il palazzo di città) un sacerdote, che faceva parte della spedizione,  attingeva il fuoco sacro  per custodirlo fino a quando non fosse depositato entro l’acropoli di oltre mare, a  rappresentare il focolare domestico del nuovo stato. Guidava la spedizione un comandante chiamato ecista , che voleva dire fondatore di città.

Questa era la consuetudine, ma le cose potevano andare assai diversamente quando a fondare nuove città erano eserciti allo sbando, ed è il caso di Velia in Campania, narratoci da Erodoto (I 163-67), o servi fuggiti con le mogli dei loro padroni assenti per la guerra, ed è il caso di Locri in Calabria , come asserisce Aristotele, (Polibio, XII 8).

Non di tutte le colonie abbiamo notizie della fondazione, perché molte delle opere degli antichi storici  sono andate perdute, solo sparsi frammenti si sono salvati attraverso le citazioni di autori posteriori.

Anche per la fondazione di Taranto le storie, scritte da Antioco di Siracusa e da Eforo di Cuma eolica  tra quinto e quarto secolo, sono andate perdute; residuano frammenti , e altre narrazioni, non sempre coincidenti, in Diodoro, Strabone, Polibio, Pausania, Lattanzio, Servio, Plutarco, Dionisio di Alicarnasso ed altri. Operando una libera interpolazione delle fonti  se ne può ricavare, con un po’ di fantasia ricostruttiva, una storia sincretica, se non vera, verosimile e comunque non discordante da quanto ci è stato tramandato.

In un’epoca in cui non c’erano strade agevoli e mezzi di comunicazione ci si arrangiava a far la guerra tra vicini, e Sparta era in guerra con i Messeni, non si sa bene per quale pretesto, secondo alcuni perché avevano ucciso il re Teleclo recatosi a Messene per fare un sacrificio, secondo altri perché i Messeni avevano violato alcune vergini spartane.

Fatto sta che, correva l’anno 740 circa avanti Cristo, avevano posto l’assedio a Messene vincolandosi con solenne giuramento di non fare ritorno a casa prima di aver conquistato la città e i terreni che le appartenevano.

La guerra durava ormai da dieci anni, e altri e nove ce ne sarebbero voluti per portarla a termine, quando le donne di

Sparta stanche di stare da sole mandarono una ambasceria al

campo lamentando il fatto che a Sparta non nasceva più

nessuno, mentre le donne di Messene continuavano a fare figli

rimpiazzando i caduti in battaglia.

Gli uomini ci pensarono su , di far venire le donne al campo non se ne parlava perché i Messeni avrebbero potuto tentare una sortita e impadronirsi della città sguarnita diabitanti,  andare a casa non potevano perché vincolati da giuramento; fu accettato il suggerimento di Arato che proponeva di mandare a casa i ragazzi che si erano man mano aggiunti all’esercito nel corso degli anni e che non avevano prestato giuramento.

Furono mandati a Sparta con l’ordine di accoppiarsi indistintamente con tutte le vergini, in modo da non trascurare nessuna possibilità di procreazione.

Finita la guerra, quando i veterani tornarono a casa, trovarono

una situazione un po’ ingarbugliata. Vi era una banda di ragazzi, i cosiddetti partenii perché partoriti dalle vergini, che  non si sapeva a chi appartenessero. Vi erano anche figli nati dall’accoppiamento delle donne con alcuni infingardi che non erano voluti andare in guerra, e che per questo furono subito cacciati dalla città e ridotti in schiavitù a lavorare nei campi.

A complicare ulteriormente le cose vi erano dei ragazzi nati dalle loro bellicose mogli. Era accaduto che anni addietro i Messeni, usciti di nascosto dalla città assediata, avevano cercato di saccheggiare Sparta, ma le donne spartane li avevano messi in fuga e prese le armi si erano messe all’inseguimento. Nel frattempo sopraggiungevano in soccorso gli Spartani,  accortisi dell’inganno, e viste le donne si preparavano alla battaglia scambiandole per nemici. Quelle impaurite si erano subito denudate per farsi riconoscere, suscitando l’eccitazione dei soldati, che così come si trovavano, con addosso le armi si unirono promiscuamente con chi capitava. Il fatto fu tanto memorabile che dedicarono un tempio e una statua ad Afrodite armata (Lattanzio Inst. I 20,32).

Tradizione perpetuata nella Taranto magnogreca dove Afrodite era raffigurata armata di lancia. Un’ara con un bassorilievo di Afrodite, ora al museo di Copenhagen, che regge con la destra la lancia e stringe al seno con la sinistra un pomo, fu trovata nel XVIII secolo a Taranto vecchia presso la chiesa di S. Agostino, tra le fondamenta delle case del sig. Baroncelli.

Di essa ce ne dà una descrizione il Carducci nel commentoalle Delizie Tarantine (lib. I note) .   la stessa  è ricordata dal nostro Leonida in un epigramma, e da altri autori antichi:

“ Queste sono armi di Marte perché le indossi tu Citerea? inutilmente ti sei caricata di questo peso;  nuda Marte stesso hai disarmato! Se così hai vinto un dio, perché ti armi inutilmente contro dei mortali?”

(Leon. Ant.Planudea, 171)

Tutti questi ragazzi, senza padre e insofferenti di disciplina costituivano un bel problema per la città . Si arrivò al punto di rottura quando, divenuti adulti, non si volle riconoscere loro i diritti civili, che consistevano essenzialmente nella assegnazione di un pezzo di terra.

Questi giovani ordirono una congiura per prendere il potere a Sparta, la rivolta però venne scoperta per tempo. Non era il caso di punirli perché erano molti e l’esito della lotta sarebbe stato incerto, non rimaneva che mandarli a fondare una colonia, la prima e anche l’unica che sarebbe partita da Sparta  per terre

così lontane, perché gli Spartani preferirono la colonizzazione interna in Laconia e nella vicina Messenia con la conquista  di Amicle e Messene; quando fondarono colonie non si avventurarono al di fuori del Mar Egeo.

Come capo ed ecista fu prescelto un certo Falanto, che era già stato incaricato di dialogare con i congiurati e di spiarne le mosse, figlio di quell’Arato che aveva dato il suggerimento di far accoppiare i giovani soldati con le vergini. Talchè si disse che i Partenii che avevano avuto Arato come promotore della propria nascita, avevano ora nel figlio la guida verso il loro avvenire.

Falanto, messo a capo della colonia, doveva essere persona accorta e capace sia di navigazione che di armi. Senza indugio si recò a Delfi per interrogare l’oracolo di Apollo sul da farsi, chè l’oracolo per mezzo della Pizia, come dice Plutarco (Mor.407f-408a), oltre ad indicare il luogo di destinazione, poteva

anche fornire informazioni preziose per riconoscere i luoghi,indicare i momenti propizi per le imprese, sacrifici da fare alle divinità del luogo, il modo di trovare le sepolture degli eroi avventuratisi in precedenza in quelle terre lontane.

L’oracolo secondo le fonti antiche fu chiarissimo, testualmente disse:

“ ti do da abitare Saturo e la ricca Taranto

e sarai il tormento  degli Japigi”.

(Antioch., ap.Strab., VI, 3,2)

Nessun vaticinio poteva essere più propizio, il dio gli prometteva addirittura la conquista di Taranto, la più grande città degli Japigi, ricca di ogni ben di dio, di un porto naturale e di un mare interno dove poter pescare tutto l’anno al riparo da qualsiasi burrasca.                                        

Naturalmente questi vaticinii sono in gran parte ricostruzioni posteriori agli avvenimenti, il riferimento agli Japigi lo si comprende tenendo conto dello stato di continua conflittualità che caratterizzò la vita della colonia con la popolazione indigena, dalla conquista in armi della città alle grandi battaglie del quinto secolo, che videro i Tarantini due volte vincitori e una volta, nel 473 a.C.,  terribilmente sconfitti insieme agli alleati Reggini, la più grande strage subita dai Greci ad opera di un popolo barbaro, come ebbe a dire Erodoto (VII 170,3).

Non altrettanto chiare, addirittura scoraggianti,  fuono le indicazioni per riconoscere il luogo: doveva trovare Saturo, l’acqua limpida del Taras, un porto  e fermarsi dove un capro bagnava la punta canuta della barba nel mare. Mentre era impegnato nei preparativi della partenza arrivò con dei messi da Delfi un altro oracolo, sarebbe riuscito a conquistare Taranto e il suo territorio  dopo essere stato bagnato da un acquazzone a ciel sereno. Non c’era da stare allegri doveva prima trovare questo capro con la barba nell’acqua e poi aspettare un acquazzone a ciel sereno.

Malgrado queste incertezze, dopo aver eseguito i sacrifici di rito e aver dedicato una statua ad Atena vergine, partenos, della quale portavano anche essi il nome, si imbarcarono. 

Dopo un viaggio lungo e travagliato, pare che dovettero anche prendere terra in Arcadia, dando forse nome al monte Partemio, raggiunsero l’Italia,  dalle parti di Taranto trovarono un fiume e in riva un fico selvatico (profico) con avvolto un tralcio di vite che toccava l’acqua. Supponendo  che il fico

fosse il capro con la barba predetto dal dio, perché in greco si chiama tragos il capro eepitragos il tralcio, pensarono di essere arrivati.

Erano in Messapia e trovarono gli abitanti ostili. Gli Japigi salentini erano detti Messapi perché la loro terra si trovava nel mezzo del viaggio di chi era diretto in Italia; allora le navi navigavano sotto costa senza avventurarsi in mare aperto, quelle provenienti dalla Grecia dirette in Sicilia o nel Tirreno dovevano necessariamente risalire le coste del Peloponneso e dell’Epiro, tagliare l’Adriatico all’altezza di Corcira per il capo Japigio (Santa maria di Leuca), risalire il golfo jonico passando da Taranto e scendere lungo la costa calabra sino allo stretto di Messina.

Malgrado si impegnassero con successo in diverse battaglie con i barbari ( i Greci chiamavano barbari tutti quelli che non parlavano la loro lingua) non riuscivano a conquistare città o a insediarsi in campagna; le cose andavano per le lunghe e lo sconforto prese i giovani, cominciarono a pensare che l’oracolo avesse voluto sconsigliare il viaggio predicendo cose impossibili, la pioggia a ciel sereno. Falanto sulla nave  poggiava scoraggiato la testa sulle ginocchia della moglie che lo aveva seguito in viaggio, rimproverandosi di essere partito  in fretta senza  consultare gli interpreti sul significato delle parole del dio, quando questa ,che si chiamava Aithra (cielo chiaro),prese a piangere dirottamente bagnando il capo del marito, fu allora subito chiaro il significato dell’oracolo, la pioggia profetizzata era il pianto di Aithra.

Pausania che ci narra l’accaduto molto malevolmente dice che Aithra piangeva mentre spidocchiava il capo di Falanto, cosa del resto possibile dopo una lunga navigazione e tante traversie. Dopo però aggiunge che la notte seguente Falanto espugnò Taranto la più grande e ricca città di mare dei barbari, (Paus, X 10,6-8).

Di questo primo evento abbiamo due testimonianze archeologiche: i focolari abbandonati dagli Japigi a Saturo, con tutte le suppellettili, sorpresi dall’arrivo dei Greci, e  i pozzi a Taranto dove furono gettati  i corredi delle tombe Japige, ripulite del loro contenuto, come prevedeva il rito di purificazione quando si voleva costruire una nuova città sulla preesistente.

Di Falanto abbiamo un’altra notizia , come narra Giustino ( III 4,1-18),  fu cacciato da discordie cittadine e riparò a Brindisi in terra straniera con altri esuli. In punto di morte li chiamò  presso di sé e disse che aveva avuto un vaticinio da Apollo, se lo avessero cremato e sparso le ceneri segretamente nell’agorà di Taranto avrebbe avuto termine il loro esilio e sarebbero potuti rientrare a Taranto

Ma fu un inganno a buon fine, dettato per l’amore della città che aveva fondato, il dio aveva promesso l’eternità per Taranto se così avessero fatto, non il loro ritorno.

Potenza dei miti che scavalcano i millenni, i Tarantini di oggi credono che san Cataldo abbia promesso loro che Taranto sarà  l’ultima città ad essere distrutta.

 Fine

 

Nota:

  1. Abbiamo accennato al fatto che le profezie oracolari sono in genere ricostruzioni posteriori agli avvenimenti, nel senso che  il nucleo originario della profezia, tramandato oralmente, nel corso dei secoli  si viene via via modificando ed adattando agli avvenimenti , finchè non viene fissato da documentazione scritta, questa a sua volta ripresa e riportata da autori posteriori.

Un testo più ampio della profezia delfica ci è tramandato da Diodoro (VIII 21),   la Piziaavrebbe risposto ai messi che chiedevano possibilmente un luogo nella stessa Grecia:

“Bella, sì, la piana tra Corinto e Sicione:

ma non sarà tua dimora, neppure se tu fossi tutto di bronzo.

Guarda Satirio, l’acqua limpida del Taras ed il porto a sinistra, e dove il capro abbraccia con amore il salmastro flutto del mare bagnando la punta della sua barba canuta,

la costruisci Taranto ferma sul Satirio”.

  1. Pur  prestando orecchio non capirono; e quella allora più chiaramente disse:

“ Ti dono Sayrion, e la ricca terra di Taranto

da abitare e d’essere flagello agli Iapigi”

( trad. M.Nafissi)

Da questo testo però si  potrebbe trarre una interpretazione diversa dell’oracolo: Il nome antico di Taranto era  Saturo, e nella profezia vi sarebbe la descrizione  della città vista dal Mar Piccolo, la dionisiaca e caprigna città, che si riflette con le sue bianche case nel mare.

La città talassica fondata da Taras, generato dalle nozze di Poseidon con Satyria.

Verrebbe così risolta la confusione di posti così distanti indicati per trovare il luogo dove fermarsi, Saturo, Taranto, il fiume Tara, e la spiegazione invero artificiosa della confusione tra capro con la barba canuta e fico con  tralcio di vite.

Nella profezia è descritta la città costruita intorno al Mar Piccolo, l’acropoli con le bianche case che si riflette nelle acque , il porto ubicato nel primo seno nella baia disanta Lucia e il fiume dalle limpide acque che in questo caso è il Galeso.

  1. Nel racconto della fondazione non abbiamo  voluto utilizzare  una passo di Servio(Aen. III 551), che narra come i veterani, tornati dalla guerra messenica , vedendo una moltitudine di giovani nati dalla unione delle loro figlie vergini con i servi, abbiano impiccato i servi , strangolato le figlie e cacciato dalla città i nipoti. Episodio truce, ma non degno di fede, perché di autore tardo e non riportato da  altre fonti.
  1. Nessun autore moderno ha preso in considerazione il culto di Afrodite armata a Taranto, se non altro per confutare l’opinione del Carducci. Culto che, ove attestato, dando valore storico al’episodio riportato da Lattanzio, fornirebbe un argomento a favore della storicità delle altre narrazioni pervenuteci sulla fondazione.  L’ara rinvenuta ai suoi tempi, i resti del tempio sotto la chiesa di S.Agostino trovato ai giorni nostri, le altre immagini di possibile attribuzione a questo culto, vengono invece riferite alla più nota Afrodite Basilis. Eppure i riferimenti ad Afrodite Armata quale divinità laconica non sono infrequenti nella antichità. Oltre al citato passo di Lattanzio che testimonia la dedica di un tempio ed una statua a Sparta, vi sono due epigrammi di Leonida(Ant.Plan.171,320 ): quello riportato sopra ed un altro dove Afrodite viene rimproverata dall’Eurota di essersi spogliata delle armi ; un epigramma di Antimaco (Ant.plan.321)che la descrive con armatura e lancia.    Pausania  cita due statue antiche a Sparta (III, 15,10) ed una a Cythera (III, 23,1). Sappiamoinoltre daPlutarco  che gli Spartani rappresentavano tutti i loro dei in armi (Inst. Lac. 28).

Proprio a Taranto, quando lo scriba chiede a Fabio Massimo cosa volesse farne delle statue degli dei tutti in assetto di guerra (Modo pugnantium formati), questi risponde di lasciare ai tarantini i loro dei irati (Livio, XXVII,XVII).

La storia di questa Afrodite armata, venerata dai Lacedemoni,  era tanto nota da diventare oggetto di scuola retorica “cur armata apud Lacedaemonios Venus?”(Quintiliano Inst. Or. II, 4,26).

  1. Il recente convegno di Studi sulla Magna Grecia, 50° della serie, ha sostanzialmente confermato la attendibilità  dei nuclei centrali delle varie mitologie, e narrazioni di fondazione delle colonie greche, quando fanno riferimento al ruolo avuto da comunità cittadine nella decisione di attuare spedizioni coloniali, e alle modalità di organizzazioni delle stesse con a capo un ecista. Le città greche di occidente non si sono costituite in tempi lunghi attraverso aggregazioni spontanee di popolazioni greche emigrate per motivi commerciali o altro e stabilitesi presso comunità indigene o in luoghi disabitati.

Sin dall’origine vi è una identità culturale, una organizzazione sociale, una idea di città che fa riferimento alla città madre. Ne è riprova il disegno di impianto urbano che si intravede sin dalla fondazione, la comunanza di culto, l’uso dello stesso alfabeto, la produzione ceramica.

I coloni greci di fine 8° secolo, inizi del 7°, facevano necessariamente riferimento alla cultura della loro epoca, quale rinveniamo nelle opere di Omero e di Esiodo. Proprio Omero, nel libri VI della Odissea ci dà un esempio di fondazione quando narra come il nonno di Nausica per sfuggire ai ciclopi fondò una nuova città, la cinse di mura, costruì le case, fece i templi agli dei  e divise i lotti di terra.