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PERSEFONE
Figlia di Zeus e Demetra, fu rapita alla madre da Hades al quale era toccato il dominio sull’Erebo. La sua vita tutta sotterranea dava al dio un aspetto lugubre e malinconico, per cui nessuna dea e nemmeno alcuna donna mortale avrebbe mai acconsentito a sposarlo. Hades aveva notato la bellissima Persefone e in tutta segretezza aveva ottenuto dal padre Zeus il permesso di rapirla. E ciò fece, mentre la giovinetta era in un prato intenta a raccogliere fiori. La madre Demetra, dea dell’agricoltura, mite e benevola con gli uomini, la cercò affannosamente per tutto il mondo e, non avendola trovata in alcun luogo, per vendetta rese infruttuosa la terra. Gli uomini morivano di fame. Allora Zeus, per salvare il genere umano e per placare la dea, dispose che Persefone vivesse due terzi dell’anno con la madre sulla terra e un terzo presso il marito nell’Erebo. |
Il mito simboleggiò dapprima il seme del grano che in autunno viene seppellito sotto terra e,poi, germoglia in primavera e più tardi venne a simboleggiare la morte del corpo umano e la resurrezione della sua anima. Persefone finì così per assumere una duplice funzione : quella di divinità degli Inferi e quella di divinità agraria, indicata anche con il nome di Kore, simbolo della natura.
A Taranto fu venerata come Persefone Gaia. |
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PLOTTIDE
Le lane tarantine erano molto rinomate nell’antichità come raccontano Marziale, Strabone, Plinio e Virgilio ed era quella lana talmente pregiata che le pecore venivano ricoperte con un manto di cuoio, nutrite con particolare attenzione e fatte accoppiare con agnelli africani. Prima di essere tosate, le pecore venivano lavate nelle acque del Galeso con le radici di una erba detta lanaria, la Gysaphila struthium, molto ricca di saponina. Da queste lane si ottenevano stoffe soffici e leggere, come la tarantinìdion, usata per le vesti delle donne più ricche e delle danzatrici.
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La lavorazione della lana era un compito affidato alle donne. Leonida da Taranto, poeta vissuto tra il III e il IV secolo a.C., ha immortalato nei suoi versi una tessitrice di nome Plottide.
Il verspertino sapore
e i cari sogni dell'alba
per cacciare la miseria
Plottide spesso cantò
a dalla rocca e dal fuso
la canzoncina compagna
a vecchiaia canuta
già intonò...
E così Plottide bella
che bellamente tesseva
ottantenne sull'onda
dell'archeronte varcò.
Leonida tradotto da E.Bignone |
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LISEA
Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo espugnò Taranto e caddero combattendo da valorosi Democrate e Nicone, capi e soldati e Cartalone, comandante delle forze Cartaginesi e anche i Bruzii vennero uccisi in gran parte. La città venne depredata e circa trentamila cittadini tra tarantini e cartaginesi furono portati a Roma come schiavi. I romani, come racconta il Valente, non rispettarono nemmeno le vergini sacre dedicate al culto di Minerva Poliade: E bella fra tutte era Lisea che a schivar l’onta del disonore si f’è guida alle compagne, precipitandosi tutte dall’alto del tempio.
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MARANGELLA
Una leggenda massafrese, che si fa risalire più o meno all’anno Mille, racconta del mago Greguro e della sua bellissima figlia Margherita o Marangella, una fanciulla dai capelli biondi, dagli occhi profondi e dal viso gentile. Greguro era un dotto botanico greco il quale dalle erbe, dalle radici e da alcuni rettili ricavava dei segreti farmaci onde guariva e alleviava i sofferenti. |
Greguro e sua figlia vivevano nella zona più impervia della gravina e la ragazza si aggirava per i dirupi in cerca delle piante medicinali che servivano al padre e lo faceva anche di notte, guidata dai profumi delle erbe e dei fiori. Questo suo vagare notturno per le campagne fece sì che uno zelante catalano, istigato dalle solite comari invidiose, la incolpasse di stregoneria, accusandola di aver fatto un patto conil diavolo proprio perché riusciva a distinguere le erbe al buio. Fu condannata al rogo, ma venne salvata all’ultimo momento dall’intervento del capo religioso e civile della comunità, l’igumeno Anselmo, saggio e prudente dignitario. Greguro riconoscente dipinse una dolce Madonna bizantina sulla roccia. |
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CATERINA
Si dice che Caterina, figlia di Renzo delli Falconi, avesse solamente diciotto anni quando fu decapitata e gettata dalla torre rotonda del castello di Pulsano. Il misfatto avvenne con il consenso del marito, Umberto, il quale per la sua complicità ricevette una piccola proprietà nelle terre di Ugento.
Gli abitanti del luogo sostengono che nelle notti di luna piena può ancora oggi capitare di scorgere una figura, vestita di bianco e con i capelli tanto biondi da sembrare di oro, che si aggira per gli spalti del castello. La fantasia popolare la chiama la donna a mezzobusto. |
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MARIA D’ENGHIEN
Maria contessa di Lecce, principessa di Taranto e regina di Napoli attraversa con la sua storia la prima parte del XV secolo.Nacque, forse a Copertino, nel 1367 e fu donna coraggiosa ed energica. Ereditò la contea di Lecce che portò in dote quando, nel 1385, andò sposa a Raimondo Orsini del Balzo, conte di Soleto e di Galatina e, successivamente, principe di Taranto. |
Alla morte del marito seppe difendere il suo feudo dalle mire di Ladislao di Ungheria, re di Napoli. Si aggirava per le strade di Taranto, città metropolita del suo Principato, scortata dai famosi cavalieri leccesi e di lei ci ha lasciato una splendida immagine tassiana il Ferrari, il quale la descriveva armata di una pansiera d’argento, tutta ornata di gioie con un elmo del medesimo metallo sopra un gran corsiere.. seguita da duecento cavalieri. Motivi politici o forse l’ambizione la spinsero ad accettare le nozze con re Ladislao che le offrì la pace e la corona di regina. Il Crassullo racconta che sabato 23 aprile si trattò il matrimonio tra lo stesso Re e la signora Principessa… e nel castello fu confermato il contratto per asserzione verbale e il rito si tenne nella cappella di S. Leonardo. Maria a Napoli fu infelice. Morto Ladislao, non senza aver prima ottenuto il titolo di principe di Taranto per il figlio Giovanni Antonio, Maria ritornò alla sua amata Lecce, dove morì nel 1446. |
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LA MADRE Cataldantonio Mannarini, nel poema Glorie di guerrieri ed amanti, narra le imprese tarantine contro i Turchi. Nel 1594, il rinnegato cristiano Sinan Bassà Cicala con un centinaio di navi si presentò nelle acque di Taranto. I corsari assalirono l’abbazia di santa Maria della Giustizia e fecero, poi, vela verso capo san Vito; ma i tarantini non si persero d’animo e, al comando del marchese del Vasto d’Avalos, compirono gloriose imprese sconfiggendo la flotta nemica.
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Nel raccontarci questo episodio, il Mannarini si sofferma anche sulle ansie e sulle angosce di una donna prossima a diventare madre la quale, venuta a conoscenza dell’arrivo dei Turchi, piange la sorte del suo bimbo.
A me sarà la vita aspra sciagura pene senza mai fin, priva d'oblio. Ma (doglia troppo al cuor gravosa e dura) che fia di quel ch'è al ventre mio? Morrà forse qui dentro o uscito infido del ciel, schiavo n'andrà per altro lido?
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LE CLARISSE
Il monastero delle Clarisse fu fondato per volontà testamentaria del dottore fisico Raffaele Pesce. La costruzione ebbe inizio nel 1596 contemporaneamente a quella della Chiesa. Nel 1610 entrarono le prime clarisse e tutte e tre provenivano dalla cittadina di Gravina : erano suor Massimilla, la badessa, suor Vincenza la rotera e suor Angela, la maestra delle novizie, che furono subito tantissime. Le tre suore furono accompagnate nel viaggio da tredici gentiluomini di Gravina e da dieci notabili tarantini e, giunte in città, furono ricevute da monsignor Mirto Frangipane nella chiesa di san Rocco.
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LA TARANTELLA Non c’era festa o riunione nella nostra provincia che non terminasse con canti e balli, accompagnati dal suono dell’immancabile tamburiedde; la più diffusa era una danza tradizionale conosciuta fin dal Medioevo e detta pizzica pizzica oppure tarantella. Questo ballo veniva eseguito anche in chiave terapeutica.
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A Taranto e in Puglia in genere, la fantasia popolare, forse fondata su fatti di isterismo, voleva che l’individuo morso dalla tarantola, un ragno variabile nel colore e nelle dimensioni, per poter guarire dagli effetti del morso, dovesse abbandonarsi alla musica e a movimenti sfrenati, il cosiddetto ballo di San Vito. Il tarantismo nelle sue molteplici accezioni era un complesso mitico-rituale che si avvaleva simbolicamente della musica, della danza e dei colori. La taranta avvelenava con il suo morso manifestandosi secondo una varietà di caratteri psicologici che andavano dalle tarante libertine, che trasmettevano comportamenti lascivi, alle tarante tempestose o mute e tristi oppure ancora alle tarante dormienti , che erano resistenti a qualsiasi trattamento esorcistico. La taranta colpiva soprattutto le donne, in particolare quelle in età pubere, le sposate insoddisfatte e le zitelle, le quali, una volta morse, rimanevano “legate” al ragno per tutta la vita. I sintomi della malattia si attenuavano solamente dopo che veniva celebrato il rito attraverso la musica e il ritmo ossessivo degli strumenti, tra cui il violino e il tamburo. La taranta è una danza cantata in movimento vivacissimo, che solitamente si balla in coppia, facendo schioccare le dita a mo’ di nacchere. Tra gli strumenti viene utilizzato il tamburello a sonagli e la suonatrice di tamburello era solita intonare strofette umoristiche oppure amorose, a volte erotiche
La pizzica pizziche e vvi ci balle mone lu palumm'è la palomma |
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ANNA OTTOBONI BONCOMPAGNI Anna Ottoboni Boncompagni, figlia del principe di Urbino e duca di Sora, sposò don Nicola Sergio Muscettola, quinto principe di Leporano , e si recò a vivere con lui nel castello omonimo. Alta, elegante aveva i capelli color del mogano e lo sguardo dolce e malinconico; amava suonare il violino per sollevamento delle cure delle anime e per allietare le serate del castello luperanese.
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| Il Mandrillo racconta che la principessa possedeva un violino realizzato da Giuseppe Antonio Guarnieri, detto del Gesù, e tra i suoi pezzi preferiti vi era la Sonata Decima di Arcangelo Corelli. Anna dette al principe due figli: Francesco, il primogenito, morì a sette mesi e il secondogenito, al quale fu dato lo stesso nome, nacque il 24 marzo del 1761, ma sopravvisse di poco alla madre. Anna, infatti, non superò bene il parto e, a causa delle sue precarie condizioni di salute, il bambino fu affidato alla cure di una nutrice, una certa Giovanna Castellano. Nonostante tutte le precauzioni, la giovane principessa morì il 24 aprile dello stesso anno. Erano le hore quindici circa. Anna aveva solo ventott’anni e fu sepolta con tutta la pompa possibile nella Chiesa parrocchiale, nella cappella dei Muscettola. |
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GRAZIA Il 9 gennaio del 1900, in via D’Aquino, nel palazzo d’Ayala, venne inaugurata una sartoria gestita da Grazia Carnevale, già tagliatrice in un noto magazzino di moda parigino.
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ANNA FOUGEZ L’8 luglio del 1894, nasceva a Taranto Maria Annita Pappacena, il cui nome d’arte fu Anna Fougez, vedette internazionale del cafè chantant. Bella e fatale, elegante e ricercata, di lei si ricordano i lunghi bocchini, un profumo e un memoriale, scritto nel 1931 e intitolato Il mondo parla e io passo. Fu artista eclettica e si mosse dal repertorio drammatico a quello più leggero; compose lei stessa delle canzoni, interpretò film, formò una compagnia tutta sua, la Grande Rivista Italiana… e si ritirò a vita privata negli anni Quaranta. Riposa nel cimitero cittadino nella tomba di famiglia dei Pappacena.
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